Compendio dei paramattha dhamma (1. Citta)
La realtà ultima del citta
Sebbene gli occhi percepiscano i vari colori, essi non vedono nulla; sono semplicemente le condizioni all'origine dell'atto del vedere, che è citta. Quando il suono raggiunge le orecchie, le orecchie non sono citta, poiché né il suono né le orecchie sono consapevoli di alcunché; piuttosto, è la realtà mentale che ode il suono ad esserne consapevole, ed è il citta. Pertanto, è la realtà ultima del citta che esperisce colori, suoni e vari altri oggetti.
Le Realtà Ultime si riferiscono a questi dhamma effettivamente in esistenza; e questo è l'Abhidhamma: i dhamma che sono non-sé, non soggetti al controllo o sotto il comando di nessuno, e dhamma che sorgono in accordo a cause e a condizioni. Anche se il Pienamente Illuminato non fosse nato e non avesse raggiunto l'illuminazione, tutti questi dhamma sorgerebbero lo stesso in accordo a specifiche cause e condizioni[7]. Il Pienamente Illuminato è il Maestro Supremo perché Egli stesso ha realizzato tutti i dhamma, comprendendo che tutti i dhamma non sono né un sé, né un essere, né una persona, e che tutti i dhamma sono interamente al di fuori dal controllo o dal comando di chiunque.
La parola «Abhi» significa «superiore»; Abhidhamma si riferisce al Dhamma superiore, dato che è anatta e non è soggetto al controllo o al comando di nessuno. Una volta che il Buddha, il Pienamente Illuminato, ebbe raggiunto l'illuminazione, espose l'intero Dhamma che aveva realizzato, insieme alle cause e alle condizioni di tutti i dhamma, in accordo con la loro vera natura. Egli aveva il massimo rispetto per il Dhamma che aveva realizzato[8]. Non ha mai detto che i dhamma erano sotto il suo controllo, ma piuttosto che nemmeno Lui era in grado di liberare a suo piacimento dalla sofferenza o di far giungere al Sentiero, al Frutto e al Nibbana chi voleva lui. È solo la pratica del Dhamma il fattore che consente al praticante di giungere al Sentiero, al Frutto e al Nibbana, e di liberarsi dalla sofferenza.
Le realtà ultime, o abhidhamma, sono dhamma che non sono al di là della possibilità di comprensione, dato che le realtà ultime sono dhamma che effettivamente esistono. Pertanto, la retta visione e la retta comprensione costituiscono la realizzazione della verità delle singole realtà ultime in conformità della loro natura e caratteristica.
Il citta è un dhamma, una delle realtà ultime che sorge per esperire colori, suoni, odori, sapori, sensazioni tattili e vari oggetti a seconda della natura propria di quel citta. La coscienza visiva che sorge per esperire i colori attraverso l'occhio, ad esempio, è un tipo di citta; la coscienza uditiva che sorge per udire i suoni attraverso l'orecchio è un altro tipo di citta; la coscienza tattile che sorge per esperire il fresco o il calore, la morbidezza o la durezza, la pressione o il movimento attraverso il corpo è un tipo di citta; la coscienza pensante che sorge per esperire vari pensieri è un altro tipo di citta, e così via. Ciò è in accordo con il tipo di citta e con le condizioni che danno origine a quello specifico tipo di citta.
Mentre il citta esperisce un oggetto, in quel momento non c'è solo il citta che esperisce, o solo l'oggetto esperito, ma devono esserci sia il citta che vede sia l'oggetto che viene visto. Ogni volta che l'oggetto visibile appare, significa che in quel momento deve esserci la coscienza visiva, cioè il citta che vede. Tuttavia, concentrandosi esclusivamente sull'oggetto, su quello che viene visto, non si può comprendere la verità, cioè che l'oggetto visto può apparire solo perché il citta è sorto per svolgere la sua funzione di vedere l'oggetto. Lo stesso vale per il pensare. Quando il citta riflette su una questione particolare, quella questione è l'oggetto a cui il citta sta pensando in quel momento. Quando il citta sorge per conoscere qualcosa, l'oggetto di tale conoscenza è chiamato «ārammaṇa» in Pali.
Il termine «ārammaṇa» o «ālambana» negli insegnamenti del Buddha si riferisce a ciò che il citta esperisce. Ogni volta che il citta sorge per esperire ciò che appare attraverso gli occhi, quel colore è l'oggetto del citta in quel momento. Ogni volta che il citta sorge per udire un suono, quel suono è l'oggetto del citta in quel momento. Ogni volta che il citta sorge ed esperisce un odore, quell'odore è l'oggetto del citta in quel momento. Ogni volta che il citta sorge ed esperisce un sapore, quel sapore è l'oggetto del citta in quel momento. Ogni volta che il citta sorge ed esperisce freddo o caldo, morbidezza o durezza, tensione o movimento, queste realtà sono l'oggetto del citta in quel momento. Ogni volta che il citta sorge per pensare a questa o quella questione, tale questione è l'oggetto al quale citta sta pensando in quel preciso istante. E così via. Ogni volta che c'è un citta, deve esserci un oggetto accoppiato a questo. Ogni qualvolta il citta sorge, in quel momento deve esperire un oggetto; una volta che il citta è sorto, è impossibile che non esperisca un oggetto, né può esserci soltanto un citta — che è uno stato di coscienza — senza un oggetto che venga esperito.
Il citta, in quanto fenomeno mentale che esperisce questi oggetti, non è un concetto esclusivo del Buddhismo né è limitato esclusivamente agli esseri umani. La coscienza visiva, la coscienza uditiva e così via sono realtà ultime; non sono appannaggio di alcuna specie in particolare. La nozione per cui «questa persona vede» o «quell'animale sente», e così via, si basa sulla forma e sulla memoria. Senza forma né memoria, sarebbe impossibile designare la coscienza visiva o la coscienza uditiva come «questa persona che vede» o «quell'animale che sente». Il citta è una realtà ultima, indipendentemente dal fatto che si tratti della coscienza visiva di un animale o di una persona; la coscienza visiva, quando sorge, deve esperire ciò che appare attraverso gli occhi; la coscienza uditiva deve esperire il suono. Mentre la coscienza visiva non può esperire il suono, e la coscienza uditiva non può esperire ciò che appare attraverso gli occhi. Nessuno ha il potere di forzare o costringere le realtà ultime ad alterare la loro natura e caratteristica in qualcos'altro. Il citta, essendo una realtà ultima, sorge per esperire un oggetto; sorge a causa delle cause e delle condizioni che lo determinano. Quando non sussistono tali condizioni, il citta non può sorgere. Ad esempio, quando nessun suono raggiunge l'orecchio, la coscienza uditiva non può sorgere; quando nessun odore raggiunge il naso, la coscienza olfattiva non può sorgere. Ogni tipo di citta sorge proprio a causa delle condizioni che danno origine a quel particolare tipo di citta. Di conseguenza, esistono 89 tipi distinti di citta, o 121 tipi in casi particolari. Inoltre, i fattori che danno origine a un particolare tipo di citta non si limitano a un unico fattore, ma richiedono fattori multipli, quali: la coscienza visiva sorge in dipendenza di condizioni, che includono l'organo della vista e il colore, cioè quella realtà in grado di essere percepita dall'occhio, e così via.
Il citta è una realtà ultima che non è rupa, materialità. Qualsiasi realtà ultima che non sia materialità è un fenomeno mentale. La coscienza (citta), i fattori mentali (cetasika) e il Nibbāna sono dhamma mentali; le materialità (rupa) sono dhamma fisici.